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Il mio primo ebook con Conan Doyle

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Difficilmente dimenticherò “ Uno studio in rosso ” (Einaudi) di Conan Doyle . Non tanto e non solo perché si tratta del primo romanzo che ha per protagonisti Sherlock Holmes e il suo fido medico Watson. Bensì perché è il primo romanzo che leggo su un ebook , il Kindle per la precisione. Esperienza unica, non c’è che dire: a parte una certa imbranataggine all’inizio, ho apprezzato la praticità di questa lettura che consente anche di sottolineare parti di testo e non affatica l’occhio. Un bell’inizio che non poteva trovare miglior battesimo con un romanzo di Doyle. “Nella matassa incolore della vita, corre il filo rosso del delitto, e il nostro compito consiste nel dipanarlo, nell’isolarlo, nel metterlo in luce istante dopo istante”, dice Holmes. Che al di là del riferimento al color rosso, che dà il titolo a questo romanzo, in quelle poche righe spiega la sua missione nella società inglese: risolvere enigmi, laddove la polizia non arriva, attraverso l’arma della deduzione scientifica. C

Il lupo di Baldini

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La montagna con i suoi ritmi, le sue tradizioni, la sua fauna. Un periodo storico, gli anni ’50, in subbuglio per i moti di piazza e le repressioni del ministro Scelba. “ Come il lupo ” (Einaudi, 2005, pp. 236) di Eraldo Baldini , ricorda alcuni romanzi di Loriano Macchiavelli, col suo commissario Santovito. Tanti i punti di contatto tra il bolognese d’adozione e Nazario Minghetti commissario del Corpo Forestale di Baldini: la divisa, il passato da ex partigiani, l’Appennino tra Toscana ed Emilia-Romagna, il carattere chiuso dei montanari segnati dall’isolamento e il duro lavoro, il forte legame con un passato (prossimo e remoto) che non passa, e soprattutto la forza di consuetudini tradizioni culturali insite nel Dna della gente. Ed è proprio il fil rouge del passato l’aspetto più significativo nel romanzo dello scrittore ravennate, non più concentrato sulla storia in stile noir nel genere che l’ha fatto conoscere al pubblico col suo gotico rurale, ma sulle leggende e l’antropologia

Il delitto di nozze

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È impietoso il ritratto della Milano di Lucia Tilde Ingrosso, nel noir “ A nozze col delitto ” (Kowalsky, 2007). Non tanto perché scava nei classici bassifondi del malaffare in stile Scerbanenco, bensì nella cosiddetta Milano bene, reduce dall’euforia yuppista degli anni Ottanta e oggi alle prese con una selva di rapporti umani liquidi. Nell’omicidio del bravo ragazzo, Vittorio Aldobrandi, c’è lo scoperchiamento di una doppiezza di vita da far paura: la promessa sposa Ludovica Malinverni che vive un’altra storia d’amore sin alla vigilia dell’altare; il nullafacente col vizio del gioco d’azzardo; la giovane e procace innamorata pazza di Vittorio ma soprattutto della sua posizione sociale… Insomma, un sottobosco di relazioni prive della loro autenticità, unite per lo più dall’interesse. In questo contesto indaga il giovane commissario Sebastiano Rizzo, tutto lavoro, vizio del fumo, e la sola passione per il footing e l’Inter. Classico personaggio positivo con pochi difetti, decisament

Borgorosso

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“I tifosi sono delle bestie, una cosa disgustosa”. Benito Fornaciari, bibliotecario vaticano, abituato a prelati e modi affettati, era tutto tranne che un appassionato di pallone. La periferia della Romagna col suo bar sport, il barbiere dove si legge e commenta il giornale sportivo, la campagna coi suoi riti, il parroco che accorcia la messa per la trasferta, l’allenamento a spalare il fieno, non erano il suo mondo. Eppure anch’egli ne finisce conquistato e manda in rovina l’azienda pur di avere Omar Sivori. “Il Presidente del Borgorosso Football club ” (1970, regia di Luigi Filippo D’Amico) è uno dei film più celebri sul pallone, magistralmente interpretato dall’Albertone italiano, Sordi. È il clima da strapaese a dominare. E il film, più che profetico, visto con gli occhi di oggi, è lo specchio di un passaggio epocale: dalle piccole comunità locali che si ritrovavano intorno alla squadra, il calcio si è spostato al villaggio globale di Sky. E agli spalti del Borgorosso sono subentra

Quei delitti che ingannano

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Mentre in Italia prendeva forma l’unità della nazione, dall’altra parte del mondo aveva inizio una guerra civile destinata a dividere un popolo, quello americano. Il titolo del romanzo di Anne Perry (nella foto), “ Delitti tra Nord e Sud ” (I Classici del Gialli Mondadori n. 944), allude a quell’evento storico. E come buon romanzo giallo che si rispetti, inganna il lettore. Perché la guerra civile tra schiavisti e non, ha sì la sua importanza, ma rimane sullo sfondo. Prima ancora viene l’Inghilterra, teatro al centro della storia che vede per protagonista gli affezionati investigatori della scrittrice, Monk e Hester. Uno strano ricatto, una contesa vendita di fucili agli eserciti americani in guerra, l’omicidio del mercante d’armi Daniel Alberton, l’eterna sete del denaro. È brava la Perry a dosare nel giusto modo gli ingredienti della suspance e tenere incollato il lettore fino all’ultima pagina. D’altronde non abbiamo di fronte una delle maestre del genere?

Al Ristorante? Sì, ma prima è meglio prenotare

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Partiamo da un dato di fatto: di libri di cucina ormai il panorama editoriale è pieno. Aggiungiamo una seconda constatazione: in genere si tratta di volumi con stellette, bicchieri, acini, insomma con metri di giudizio soggettivi destinati a essere condivisi o meno. In tutto ciò non c’è nulla di male, per carità. Se infatti è vero che uno dei tratti caratteristici del “made in Italy” è la nostra tradizione gastronomica, l’editoria non può fare altro che adeguarsi. Così come non c’è nulla di scandaloso nel punteggio (disinteressato) di un esperto, a un ristorante o a un vino. Gli unici limiti in questo modo di procedere stanno (molto spesso) nel produrre dei testi a “scheda”: valutazioni e descrizioni tecniche prevalgono su tutto il resto, lasciando in subordine storie e racconti dei protagonisti. Ovvero di coloro che lavorano sul campo, e danno anima e corpo a quel piatto e a quel vino.

Rigore

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Orazi e curiazi, guelfi o ghibellini, rossi o neri. Il rigore, duello per antonomasia del calcio, è l’essenza dell’italianità: l’uno contro uno, il dentro o fuori, si vince o si perde. Il pareggio non è ammesso. Per un mondiale vinto dagli undici metri (Berlino 2006), ci portiamo una scia di mire sballate da lasciare il segno (Italia 90, Usa 94, Francia 98…). Poche volte il penalty ha dato soddisfazione ai colori azzurri. Un po’ come a William McCrum, l’irlandese che lo inventò poco più di 120 anni fa. Davanti alla sua porta si colpiva di tutto, la palla poche volte. Lampo di genio, inventa il rigore. Solo che in vita sua non ne parerà neanche uno, triste destino degli inventori incompresi. Meglio andrà al ceco Panenka che oserà il primo cucchiaio della storia e a Cruyff che inventerà il rigore a due tocchi. Il peggio è del gialappesco John Terry: scivola nell’atto di una sicura Champions tra le mani. Pare che dalle parti del dischetto sia stato visto con un annaffiatoio l’ex amico (co

Bidone

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C’è spazzatura e spazzatura. Quella da raccolta differenziata e quella che pareva valere oro e invece nemmeno la peggiore discarica è disposta ad accogliere. I bidoni calcistici fanno parte di quest’ultima categoria. I tratti comuni di questa monnezza stanno nel parlare straniero, in stipendi da favola, e in un comune percorso comunicativo. L’iter di solito funziona così: la società annuncia l’acquisto di un calciatore di cui si dice un gran bene (da chi? Boh). La tifoseria va in visibilio, arriva la prima presentazione pubblica, cori e sciarpe non mancano. Poi la conferenza stampa, dove il giocatore dice di avere scelto la squadra perché crede in questo progetto importante (“importante” è la parola più gettonata). A parole tutti bravi. Solo che al calcio ci giochi coi piedi, e qui iniziano i guai: il fuoriclasse si rivela una sòla e la differenza in campo sì che la fa, ma per gli avversari. Il bidone più celebre è stato Luis Silvio Danuello, quello di ultima generazione lo si può ad

Pubblico

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È l’oggetto del desiderio di ogni società sportiva. Un tempo bastava lo stadio, rigorosamente la domenica. Oggi non bastano neanche i sette giorni della settimana a contenere la massa di eventi sportivi offerti. Altro che Rita Pavone con le sue domeniche solitarie, adesso c’è il non stop a ciclo continuo. Solo che finché i mariti se ne andavano al campo sportivo a sfogare le loro pulsioni, poteva pure andare, ma ora che la tv è l’oggetto del contendere le cose si sono complicate persino nelle case. Telecomando, calduccio casalingo, replay in hd, bibite e pop corn, e soprattutto portafoglio più gonfio (la tv conviene). Gli spettatori allo stadio calano dell’8 per cento l’anno, e piazze da Champions League come l’Udinese non arrivano ai 7mila spettatori. A Parma alcune settimana fa i paganti erano addirittura 2.860, a Trieste hanno inventato le sagome. Il pubblico di cartone, proprio quello che ci mancava. Naturale genesi da spettatori da stadio a telespettatori da video. ( La Voce

Il calcio alla sbarra di Beha

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E se Oliviero Beha avesse ragione? Se fosse vero che il fil rouge che ha accompagnato il calcio in questi decenni è stato il malcostume, il voler arrangiarsi a tutti i costi, alla faccia dello sport inteso come semplice “gioco”? Se tutto ciò fosse vero ci sarebbe da preoccuparsi. Perché il pallone non sarebbe altro che una messa in scena teatrale, con attori farlocchi e regole violate, al solo scopo di tenere occupate masse altrimenti arrabbiate. Calcio come valvola di sfogo, “formidabile arma di distrazione di massa”. Come suo solito, non usa mezzi termini Oliviero Beha nel suo “Il calcio alla sbarra” (Bur, 2011, pp. 710, euro 11,90), volume che prosegue il lavoro iniziato cinque anni fa con “L’indagine sul calcio”. Altro che De Coubertin col suo “l’importante non è vincere ma partecipare”, qua pare che tutti vogliano soltanto il successo, costi quel che costi. Un esempio? Prendiamo lo scandalo del calcio scommesse del 1980. Giocatori dai grandi nomi vengono accusati di truccare le p

Un azzurro che non sgualcisce

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Secondo tassello di una trilogia, “ Il fazzoletto azzurro ” di Corrado Augias stupisce per il suo doppio binario: frenetico, piazzaiolo, dilemmatico nel contesto in cui si svolge la storia (anno 1915, poco prima dell’entrata in guerra dell’Italia); lento e flemmatico nell’incedere dei suoi protagonisti, capeggiati dall’agente segreto Giovanni Sperelli. Augias scrive una spy story velata di giallo, lontana anni luce dallo stile anglosassone dei maestri Le Carre e Forsyth. Se in questi ultimi è la suspance a lasciare incollato il lettore alla pagina, Augias si inserisce pienamente nel filone “made in Italy”: gli omicidi, gli avvenimenti, il racconto, non sono mai fini a se stessi ma parte essenziale del contesto storico in cui avvengono. È questa la peculiarità del giallo italiano (Macchiavelli, Lucarelli…), il suo essere sociale e storico. E spesso attuale, malgrado il passare degli anni. Come nel caso del “Il fazzoletto azzurro”, pubblicato negli anni Ottanta. Proprio ieri sera Mario I

Moviola

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Il risultato non torna mai indietro. Eppure, lei, la moviola, è sempre lì a dettare legge, macchinario infernale della verità, più abile dello sguardo umano. Delizia degli appassionati che si nutrono della linfa dell’errore (d’altronde, non è il bello del calcio?), croce delle giacchette nere (ormai multicolori) spesso nell’occhio elettronico del ciclone. La moviola nacque dalla polvere di gesso di un Inter – Milan, anno 1967: Rivera calcia, la palla ricade dentro o fuori la riga? L’arbitro convalida, il giornalista della Rai Carlo Sassi, nella Domenica Sportiva di Enzo Tortora, si traveste da Archimede e scopre che quel pallone non era entrato. Tre anni dopo la moviola diventa rubrica fissa e addirittura nel 1972 Concetto Lo Bello ammette, davanti all’immagine impietosa, un suo errore. Passano gli anni e l’importanza della moviola cresce in proporzione al giro di soldi e al peso della tv sul pallone. Biscardi la invoca in “gamboo”, il sistema non acconsente ma ufficiosamente la usa. L

Biscardismo

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“Per favore, parlate solo due o tre alla volta”. E più alzate la voce, meglio è. Biscardi è l’inventore della chiacchiera da Bar Sport portata nelle case di milioni di persone: l’importante è la partigianeria, il chiasso, il parlarsi addosso. È stato definito, “Genio del mediocre” (Beccantini), “Specchio più sincero del calcio italiano (Aldo Grasso), “Brera dei nostri tempi di analfabetismo televisivo” (Curzio Maltese). L’inventore dello sgub un suo pregio ce l’ha: l’autoironia, il non prendersi troppo sul serio. Un po’ come questa storiella che circola su di lui. Un giornalista incontra un amico e gli annuncia che dirigerà un nuovo giornale, L’Eco di Roccacannuccia . “Come scrittore di costume avrò Biagi”. “Enzo?” “No Matteo, il figlio della mia portinaia. Invece per gli editoriali politici mi sono assicurato Montanelli”. “Indro?” “No, Giacomo, fa il barbiere ma ha l’hobby della scrittura e parla sempre di politica. Penso anche a una terza pagina con Fallaci”. “Oriana?” “No, Concetti

Ala Destra

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Un tempo prendeva il volo lungo la fascia con dribbling funambolici, piroette e cross dal fondo, oggi è semplicemente scomparsa. Non c’è più. Estinta da un tris di numeri da non confondere col gioco del Lotto: 4-4-2. Fernando Acitelli ne ha sancito un primo isolamento nel libro “La solitudine dell’ala destra”, il sacchismo ne ha segnato il tramonto definitivo col suo modulo prediletto. L’Italia ha avuto ali che hanno fatto scuola: i due baffi di Torino (Claudio Sala e Causio), il “brasiliano” Bruno Conti, più di recente Donadoni (giocatore dai “ghiribizzi geniali” secondo Brera). Il numero era il 7, e una loro finta valeva il costo del biglietto. Nel mondo, il doppio passo di Garrincha è stato leggenda, così come genio e sregolatezza di George Best. Oggi pullulano ruvidi interni di centrocampo e le poche ali rimaste si impomatano i capelli e fanno i fighetti da pubblicità (Beckham e Cristiano Ronaldo). E pensare che la prima rabona in fascia porta la firma di un numero 7 poco conosciut

Doping

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Il doping nel calcio? Mai e poi mai. È il refrain che ha assillato per anni gli amanti della pelota, finché un dì un boemo dal cognome Zeman, non denunciò che nel calcio c’erano troppe farmacie. Apriti cielo e fascicoli di procure, con quel Guariniello da Torino deciso a vederci chiaro. Si scopre così che il laboratorio antidoping dell’Acqua Acetosa di Roma effettuava sì controlli sui calciatori, ma farsa. Ciclisti torchiati in piena notte sin sotto le coperte di casa, calciatori con le urine scambiate come un barbatrucco di Silvan. Ma la fantascienza degna della miglior collezione di Urania arrivava dalle giustificazioni dei pallonari colti con le analisi alterate. Il riccioluto Fernando Couto incolpò della sua positività uno shampoo galeotto, giustificazione comprensibile vista la folta chioma. Marco Borriello diede la colpa a una pomata contro un’infezione vaginale della compagna Belen (beato lui). Mutu sniffò polvere bianca perché preso dall’ansia della prestazione con una porn