domenica 5 agosto 2018

"Cesenatico. Processo al calcio", Musi


“Il Processo al calcio a Cesenatico”, Romagna Gazzette luglio 2018

Scrivi processo al calcio e subito pensi ad Aldo Biscardi. Sì, quello degli “sgub” e della moviola in campo (profeta della Var), quello che “fa errori di grammatica anche quando pensa” (parola di Beppe Grillo, quando ancora era un comico), quello del “non parlate in più di tre o quattro per volta che sennò non si capisce niente” (Biscardi docet). Il Processo in realtà ha avuto un altro inventore, addirittura un romagnolo purosangue: il Conte Alberto Rognoni. Siamo nella metà degli anni Sessanta, Cesenatico era la meta estiva del Conte, il suo capanno sul porto era qualcosa di più di un semplice luogo dove pescare. Qui, nella ridente città del grattacielo prende corpo l’idea di un Processo, con accusa e difesa che si confrontano, e una giuria a sentenziare. 

Sono gli anni della Perry Mason mania, e infatti l’evento estivo mutua lo stile del grande avvocato americano. Sin qui di originale sembra esserci poco. E invece il Processo diviene uno degli eventi estivi più seguiti in ambito nazionale, con un seguito di stampa e attenzioni da proiettare Cesenatico al centro delle cronache nazionali. Il motivo è semplice e si spiega con alcuni nomi: Giampiero Boniperti, Nereo Rocco, Edmondo Fabbri, Helenio ed Heriberto Herrera, Gianni Rivera, Gianni Brera, Enzo Ferrari, Giuseppe Meazza… la lista è lunga, anzi lunghissima, da sola sarebbe un articolo. Il punto è che quelli citati erano i personaggi più in vista del calcio di quegli anni. Personaggi che mettevano da parte remore di qualsiasi specie e si mettevano in discussione nel “giocattolo” tribunalizio messo in atto dal Conte.

A raccontare per filo e per segno l’evento è il libro di Giuliano Musi, “Cesenatico. Processo al calcio” (Minerva edizioni). Probabilmente è il primo volume che racconta che per filo e per segno il processo al pallone: i personaggi che vi prendono parte, i capi di accusa, lo svolgimento del dibattito, le sentenze (tutte assolutorie). Quattro anni aveva lambito il tema anche Italo Cucci nel volume “Il capanno sul porto”, racconto memorialistico del grande giornalista in ricordo del Conte. Musi invece pone l’attenzione esclusivamente sul Processo, col limite di farne un racconto a tratti piatto perché piegato alla mera cronaca, senza l’ausilio di testimonianze dei pochi partecipanti ancora in vita. A parte questo limite, un libro da leggere, soprattutto per capire cosa è stata Cesenatico in quegli anni.

sabato 30 giugno 2018

"Storie Mondiali", Buffa e Pizzigoni


"Il lungo racconto dei Mondiali", Romagna Gazzette giugno 2018

Alcune settimane fa ci ha lasciato Arrigo Petacco, uno dei più grandi divulgatori di storia per il grande pubblico. Al di là di alcune teorie un po’ bizzarre (vedi delitto Matteotti e la sua convinzione che Mussolini non c’entrasse nulla), rimane la sua grande capacità di comunicatore a una vasta platea su un argomento in genere ostico, come la storia. Petacco era uno degli ultimi epigoni di giornalisti dediti al racconto storico che ha annoverato personaggi di razza come Indro Montanelli, Enzo Biagi, Silvio Bertoldi, Giorgio Bocca, Gian Franco Venè, solo per fare alcuni nomi. 

Il nome di Petacco mi è venuto in mente leggendo il bellissimo libro di Federico Buffa, scritto insieme a Carlo Pizzigoni, “Storie Mondiali”. Siamo nel mese del Campionato del Mondo, e questo è un libro che ognuno dovrebbe quanto meno sbirciare per capire un po’ del percorso che c’è dietro a una delle manifestazioni sportive più seguite a livello planetario. Quello che affascina del libro è la facilità della narrazione che ti lascia incollato alla pagina, tra aneddoti e grandi squadre. Secondo il critico televisivo Aldo Grasso, Buffa è uno dei migliori narratori del grande schermo in circolazione. La televisione, appunto. Ma lo scritto in un libro può avere lo stesso effetto? A leggere il “secolo di calcio in 10 avventure”, sottotitolo del volume, pare proprio di sì. 

Così come Petacco e tutta quella generazione di giornalisti hanno raccontato in maniera non accademica la storia, lo stesso fanno Buffa-Pizzigoni offrendo un affresco del XX secolo raccontato nel cono d’ombra del calcio. A partire dai Mondiale del 1950, quelli del miracolo Uruguay che vince in casa del Brasile cambiando un finale già scritto, quelli della clamorosa sconfitta degli inglesi dai dilettanti americani (Il Daily Express pensando di avere avuto un abbaglio titola “Inghilterra 10 – Stati Uniti 1”). Il percorso termina con Spagna 1982 che vedrà l’Italia trionfare in maniera incredibile. A proposito di quell’evento, un appunto mi viene da fare agli autori. 

Secondo loro le due squadre più forti al mondo a non avere vinto un titolo Mondiale sono l’Ungheria del ’54 e l’Olanda del ’74. Secondo me all’elenco manca il Brasile ’82, quello di Tele Santana, fortunatamente e miracolosamente sconfitto dai nostri. È stato uno degli ultimi Brasile che giocava con la mentalità sudamericana, oggi annacquata dallo stile europeo. Non mi stupirei se qualcuno proponesse il 5 luglio festa nazionale: quel giorno è avvenuto qualcosa che ha poco di normale.
Filippo Fabbri

mercoledì 23 maggio 2018

“Donne, wodka e gulag”, Marco Iaria


"Streltsov, il Majakóvskij del pallone", Romagna Gazzette, Aprile 2018

Impossibile anche solo immaginare, la fantasia al potere in un regime che aveva fatto della burocrazia e dell’assenza di libertà il suo tratto dominante. Tanto più in un gioco ove l’individuo era considerato parte di un ingranaggio collettivo, specchio della superiorità di un modello ideologico. Il calcio nella Russia sovietica è stato soprattutto questo: non un divertimento, ma un mezzo per la costruzione del socialismo. Il giocatore, un soldato irreggimentato al servizio della causa. Guai a uscire da questi rigidi schemi, farsi avanguardia di creatività. 

Ne ha saputo qualcosa Eduard Streltsov, il Majakóvskij del pallone della metà degli anni ’50, caduto nelle terribili grinfie del Pcus. Chi sfoglia una qualsiasi antologia russa con i campioni del pallone, non troverà il suo nome. Vedrà quelli del celebre Jascin, dell’attaccante Blokhin, di Streltsov nessuna traccia. Perché nel bel mezzo della sua carriera, anziché scorazzare nei campi di calcio si è trovato in mano un’accetta per il taglio degli alberi nel gelo siberiano. A raccontare la sua storia è il giornalista Marco Iaria, nel libro “Donne, wodka e gulag”.

Talento da vendere, facile al colpo di tacco, abitudine al gol (il primo a 16 anni, più giovane marcatore della storia della lega sovietica), Streltsov ha impersonato il sogno di tanti ragazzi. La sua squadra era la Torpedo Mosca, la cenerentola delle formazioni dei vertici del partito, che privilegiavano Dinamo Mosca e Csda (poi negli anni Cska). A 20 anni la sua carriera era all’apice, i “cento giorni di Streltsov”: 31 gol tra Torpedo e nazionale, settimo posto nel Pallone d’Oro, “Sputnik del calcio moderno” secondo la definizione di un giornale. 

Solo che il ragazzotto aveva dei vizi: l’amore per la bella vita (donne, alcool e qualche rissa), l’indisciplina alle regole, vestiario e pettinatura alla occidentale. Un peccato mortale per chi aveva idealizzato l’uomo nuovo socialista. E se un personaggio in Occidente veniva assurto sull’altare del mito (vedi George Best), in Oriente era un peccatore di lesa maestà. Facile, poi, per un regime totalitario trovare un capo d’accusa. Nel caso di Streltsov, lo stupro, arrestato dopo un solo mese di indagini e un processo farsa di due giorni a porte chiuse. La condanna è di quelle pesantissime: 12 anni di reclusione (poi ridotti a 7) e lavori forzati in Siberia. Tutto questo a 21 anni, nel pieno delle forze, dopo una medaglia d’oro alle Olimpiadi di Melbourne. E così come la Russia sovietica toglie, d’incanto ridà. Ovviamente nel modo più paradossale: a porre fine alla squalifica della stella del calcio, infatti, sarà uno dei personaggi più repressivi, Leonid Breznev. Streltsov torna in campo, vince il campionato con la Torpedo (1965), viene premiato come migliore giocatore del torneo. Nel complesso sportivo di Luzniki a Mosca gli hanno dedicato una statua.  

martedì 24 aprile 2018

La nuova vita dell’Albana


“La nuova vita dell’Albana”, Corriere Romagna 22 aprile 2018

In Romagna i vitigni si estendono su 887 ettari, solo vent’anni fa erano oltre 2000. Parliamo di un vino in declino? Tutt’altro. Perché se c’è un “nettare” nel pieno di una “nuova era” (parola di Roberto Giorgini, Presidente Ais Romagna) è proprio l’Albana. Il simbolo identitario per eccellenza del vino romagnolo, è stato protagonista di una degustazione guidata a Vinitaly. 

A condurla Giovanni Solaroli e Vitaliano Marchi, autori del volume fresco di stampa “Albana” (Ponte Vecchio, p. 168, euro 15,00). Otto le Albana in degustazione, sei nella versione secca, due passita: “I croppi” 2017 cantina Celli di Bertinoro, “Corallo giallo” 2017 Gallegati nel faentino, “Valleripa” 2016 di Tenuta Casali di Mercato Saraceno, “Santa Lusa” 2014 Ancarani, “Vitalba” 2016 Tre Monti Imola, “Codronchio” 2015 Fattoria Monticino Rosso Imola, “Domus Aurea” 2016 Ferrucci Castel Bolognese, “Scacco matto” 2013 Fattoria Zerbina Faenza. Un excursus lungo tutte le zone di produzione che contano 22 comuni, 10 a Forlì-Cesena, 7 nell’imolese, 5 nel ravennate. 

I numeri dell’Albana come ha ricordato Solaroli sono risibili se paragonati al Sangiovese: “parlando di vini certificati ed imbottigliati per l’annata 2016 sono stati prodotti meno di 400.000 bottiglie di Albana secco, circa 3.000 di Amabile, una versione in abbandono, meno di 300.000 nella versione dolce e quasi 100.000 di passito”. Solaroli crede nel potenziale oltreconfine. “Sono convinto che abbia buone potenzialità all’estero. Tutti cercano prodotti unici, originali e inimitabili. Noi ne abbiamo uno, ma bisogna farlo conoscere, portarlo in giro, spiegarlo e farlo assaggiare cercando di muoversi in gruppo ed in maniera organizzata preparando gli incontri prima”. 

Chi ha iniziato a farlo è Cantina Celli di Bertinoro, 50mila bottiglie di Albana prodotte, lo scorso anno premi prestigiosi nella guide che contano. “La esportiamo in Giappone, Corea, Francia e Stati Uniti, anche se con piccoli numeri – spiega Mauro Sirri – Siamo conviti che il potenziale all’estero sia grande. L’Albana è un vino di forte personalità, facilmente riconoscibile nel panorama dei vini bianchi italiani. Noi abbiamo una grande esperienza, la produciamo sin dalla nascita della nostra cantina, nel lontano 1963”. 

Chi ha scommesso sull’Albana è anche Tenuta Casali di Mercato Saraceno. “E’ un vino su cui abbiamo puntato molto e che produciamo partendo da vigne con oltre 30 anni di età – dice Silvia Casali - Finora i risultati stanno premiando l'impegno, nell'ultima guida AIS dell'Emilia Romagna la nostra Albana è stata indicata tra i vini eccellenti regionali".

sabato 7 aprile 2018

Dallo scudetto ad Auschwitz


"Dallo scudetto ad Auschwitz", Romagna Gazzette Marzo 2018



Due cose stupiscono della vicenda di Arpad Weisz. La prima: il repentino passaggio dalle stelle del successo calcistico all’inferno di un campo di concentramento ad Auschwitz, quattro anni in tutto. Secondo: l’oblio sul suo nome. Malgrado tre scudetti con due squadre diverse (Inter e Bologna), allenatore più giovane a vincere il titolo italiano, il suo nome è finito pressoché nel dimenticatoio. “Mi sembra si chiamasse Weisz, era molto bravo ma anche ebreo e chi sa come è finito”, scrisse Enzo Biagi, ammettendo di non sapere che fine avesse fatto uno degli allenatori di punta del calcio italiano anni Trenta. A riportarlo d’attualità ci ha pensato il giornalista Matteo Marani autore di un volume di successo, “Dallo scudetto ad Auschwitz”, dove ha seguito passo dopo passo l’incredibile vicenda di colui che lanciò nel grande calcio il giovanissimo Meazza.

Due le ragioni che hanno portato Marani sulle tracce di Weisz: la passione per la storia, materia troppo spesso dimenticata nello sport; il comune legame con Bologna, compagine con cui l'allenatore ebreo vinse due scudetti (dal 1935 al 1937), rompendo il dominio juventino di cinque scudetti consecutivi. Ma è proprio la vicenda bolognese a restare una delle pagine più buie della nostra storia, non solo sportiva. 

Siamo nel 1938, in Italia vengono approvate le leggi razziali, neanche il mondo dello sport ne è esente. Per dirne una, il Coni si trasforma in un ente per “il miglioramento fisico e morale della razza”, così la legge. Weisz è ebreo, decide di dare le dimissioni dopo cinque giornate di campionato, dopo avere rifilato due reti alla Lazio. È il 16 ottobre 1938, data della sua ultima partita da allenatore nel nostro paese. L’aria in Italia si fa sempre più irrespirabile per gli ebrei, e così insieme alla sua famiglia decide di lasciare il nostro Paese per approdare in Francia. Non dura a lungo, passa in Olanda dove allena il piccolo Dordrecht. Tira avanti fino al settembre del 1941 quando i nazisti vietano agli ebrei di frequentare gli stadi. Viene arrestato nell’agosto del 1942, per finire i suoi giorni ad Auschwitz, dove muore il 31 gennaio del 1944. 

Di lui rimane il ricordo di primo allenatore a vincere il campionato a girone unico alla guida dell’Inter (1929-30), e un celebre manuale di tattica, “Il giuoco del calcio”, scritto a due mani, insieme al dirigente dell’Inter Aldo Molinari, con prefazione di Vittorio Pozzo, l’allenatore dei due successi mundial. La memoria si era dimenticata di lui, la storia per fortuna no.

sabato 3 marzo 2018

Il riscatto


Riscatto sportivo, Romagna Gazzette, febbraio 2018

Corre in bicicletta lungo due strade parallele, “Il Riscatto”, il libro scritto da Alfredo Sebastiani (Incontropiede editore, euro 16.50). C’è la strada della legalità, del sudore, del sacrificio, dell’amore e degli affetti. E c’è quella delle pistole, della forza, delle scommesse, del risultato costi quel che costi. Sono mondi lontani, che non conoscono mediazione e compromesso, troppa è la distanza. L’autore del romanzo li fa incrociare, un po’ come le convergenze parallele della Prima repubblica. Il risultato è una corsa ciclistica dall’esito incerto sino all’ultimo pendio, il cui valore simbolico conta molto di più del trofeo in palio, quello del Vesuvio a Napoli.

Per gli amanti della narrativa sportiva merita di essere letto il romanzo di Sebastiani, storia di un ciclista amatoriale, Franz Di Giacomo, freddo altoatesino catapultato nel vorticoso e poco fluido mondo delle scommesse (a sua insaputa). Un tema caldo e di attualità, che guarda caso va a toccare anche il calcio. Al quale l’autore aggiunge un elemento di pathos, come solo lo sport può dare. È il gusto della sfida, quello della vetta da conquistare con la fatica, una pietanza dal sapore dolceamaro capace di accomunare due personaggi agli antipodi come i protagonisti della storia. Perché se Di Giacomo è l’atleta che accetta la competizione, il Marchese, boss della malavita che vive di traffici illeciti e obbliga a Franz a prendere parte alla gara, in un certo senso è il suo alter ego. I due sono persone con una morale opposta, eppure entrambi sanno che dà più piacere la conquista del traguardo a costo della vita stessa, sfidando tutto e tutti, pronostici inclusi.

Tutti ricordiamo lo scudetto del Verona del 1984/85 o quello della Sampdoria 1990/91, pochi hanno memoria di quello della Juventus del 1994/95 (l’annata è stata scelta a caso), perché quest’ultimo si perde nella notte dei tempi di una ricca bacheca di successi. L’unicità dà valore aggiunto alle cose che facciamo, ancor di più alle imprese sportive. Se ne ricordino i signori che hanno in mano le leve del comando, molti dei quali ragionano solo in termini di fatturato e diritti tv.

venerdì 2 febbraio 2018

L'incredibile telefonata della Signora Vicini

"Lo intervistai, sua moglie Ines si attaccò al telefono per ringraziarmi", Corriere Romagna 2 febbraio 2018


Anno 2011. Squilla il telefono di casa mia. “Buon pomeriggio, parlo con Filippo Fabbri, il giornalista?”. “Sì, sono io”, rispondo. “Salve sono la moglie di Azeglio Vicini, ho telefonato a diverse persone col suo nome nell’elenco telefonico e finalmente l’ho trovata”. Ora, sei in casa, sei appena tornato dalla spiaggia, è caldo perché siamo in luglio, ti suona il telefono e una voce femminile dice di essere la moglie dell’ex commissario della nazionale, cosa pensi? A uno scherzo. Come minimo. La voce gentile prosegue: “Mi scusi se la disturbo, le devo chiedere un piacere”. Ines, la moglie del Ct, che si scusa con me: no dai è uno scherzo di sicuro. E invece è tutto vero. Era successo che alcuni mesi prima avevo intervistato Vicini per la rivista Cesenatico 365. Una lunga chiacchierata nella sua casa a due passi dal grattacielo di Cesenatico, affacciata sulla spiaggia che iniziava ad affollarsi in maggio. Ne era uscito un articolo di diverse pagine dove aveva raccontato un po’ in tutto. A corredo le foto di Mauro Armuzzi, gentilmente concesse alla rivista. E la signora Ines cosa c’entra? Era andata insieme ad Azeglio a cena in un ristorate di Cesenatico, il proprietario gli aveva detto: “mister complimenti per l’intervista”. Lui aveva fatto buon viso ma non aveva inquadrato l’articolo. Poi per strada altri nella cittadina lo avevano fermato e gli avevano parlato sempre di quell’intervista. Ovvio che davanti a tutte queste galanterie Vicini e famiglia volessero vedere quel benedetto servizio. La telefonata chiedeva appunto un po’ di copie della rivista. Cosa che feci il giorno dopo, recandomi sempre a casa sua a Cesenatico. Questa volta accoglienza ancora più calorosa. Sua moglie che subito prende la decina di copie, il mister che mi aspetta con un gagliardetto della Nazionale. Incredibile: lui “medaglia” di bronzo a Italia ’90 che ha preparato un gagliardetto per il sottoscritto. Ce l’ho ancora, addirittura l’ho piazzato vicino al diploma di laurea. Poi ancora una chiacchierata, questa volta più breve, sempre sul calcio. E ancora le sue parole sul suo sentirsi romagnolo, in quell’aneddoto sulla fine anni ’50. “Giocavo nella Sampdoria, in televisione c’era un programma dedicato alla scuola. Alcuni alunni di Rho raccontavano la loro gita scolastica a Cesena. Il cronista chiese loro quale fosse la cosa che ricordassero meglio. Sa cosa risposero? Mica la Rocca o la Biblioteca Malatestiana. No, le loro mangiate di tagliatelle. Ecco, questo è il biglietto da visita della Romagna”. Ecco, questo era Azeglio Vicini, uno che ti diceva grazie e mai si è lamentato di un articolo su di lui.

martedì 16 gennaio 2018

Vino bio in crescita smisurata

Vino bio in crescita smisurata”, Corriere Romagna 14 gennaio 2018

Da brutto anatroccolo bistrattato a cigno sopra i cieli più tersi. Non conosce mezze vie il vino biologico, i cui numeri di crescita farebbero invidia a qualsiasi indice di ricerca statistico: le superfici vitate negli ultimi due anni sono cresciute del 20%, il settore in valore negli ultimi dieci è salito del 125%. Eppure non tutto quadra. A dirlo è l’enologa Marisa Fontana, nel convegno “Dal mio al bio, vino e sostenibilità”, alla Malatestiana nell’ambito del Romagna Wine Festival, moderato da Maurizio Magni di PrimaPagina. “Nella nostra regione la propensione al bio conosce alti e bassi, molto spesso coincidenti con i finanziamenti per la riconversione delle superfici. Ciò pone una domanda: in quanti credono realmente al bio?”.

Gli fa eco Ruenza Santandrea, coordinatrice del vino dell’alleanza delle cooperative: “Le viticultura biologica è quella certificata da un ente terzo. I controlli devono essere rigidi”. Santandrea allarga lo sguardo: “I nostri vini sono frutto della ricerca degli ultimi 20 anni. Oggi c’è una tendenza a un rifiuto della ricerca e della scienza. Ciò va combattuto anche per la sicurezza alimentare. Purtroppo oggi c’è la convinzione che tutto ciò che è naturale è buono e sano. Non è così, su questi temi non ci si può improvvisare”. Concorda Adamo Rombolà dell’Università di Bologna che ha parlato della necessità di “dialogo tra il sapere contadino e ricerca scientifica”.

Poi c’è la questione dei canali di vendita, grande distribuzione in primis, 70% per il vino. “Il vino bio ha poca riconoscibilità nella Gdo, rispetto ad altri prodotti come l’ortofrutta – afferma Sergio Soavi, responsabile Gdo Cantina del Cerro – Il rischio oggi è quello di banalizzare il biologico e farne uno slogan o una moda. Il vino è un prodotto agricolo, non una commodity: è una relazione che richiede consapevolezza”. E se l’enologo Marco Lucchi ha parlato di bio come “valore aggiunto economico, ecologico e sociale”, Filiberto Mazzanti del Consorzio Vini di Romagna ha sottolineato la necessità di una “maggiore riconoscibilità di territorio come Romagna al di fuori dei confini”.

E dall’Alto Adige ha raccontato l’esperienza della sua cantina Thomas Niedermayr di Maso Gardeberg impegnata sui vitigni resistenti. “Siamo partiti nel 1994, su 5 ettari di superficie, il 95% della produzione attuale sono vini piwi”. Sostenibilità in campagna significa anche sicurezza sul lavoro. “Nel primi 6 mesi di quest’anno sono stati 199 gli incidenti (+3.5%), che hanno causato 90 morti, in crescita del 7 – ha detto Luca Casadei per il Consorzio Piwi – In campagna si muore più che in autostrada”.  

mercoledì 27 dicembre 2017

Davide Oldani, una cucina Pop

Pubblicato su “MilanoMarittimaLife” Winter 2017

Sembrava destinato alla carriera in campo. Non a coltivar l’orto in campagna ma in calzoncini corti dietro a un pallone. Giocava nella Rhodense, attaccante, prometteva bene in C2. Poi qualcosa si rompe (tibia e perone in un colpo solo), la scuola alberghiera diventa la priorità. A 16 anni dalle stelle del football a quelle Michelin alla corte di Gualtiero Marchesi a fare esperienza. “Tu sei come una spugna – gli disse il Maestro - assorbi tutto e poi comincerai a cedere l’acqua che hai trattenuto”. Dieci anni di gavetta, iniziati come aiuto cuoco e terminati da chef. L’inizio di un percorso tutto maiuscolo, approdato nel 2003 al ristorante D’O a Cornaredo vicino a Milano, culla della sua ideazione, la cucina Pop. Quel “Pop” sta per alta qualità accessibile a tutti: prima di lui, qualità e accessibilità, erano considerate un ossimoro. Nel 2008 l’Ambrogino d’Oro dal Comune di Milano, cinque anni dopo in cattedra niente poco di meno che ad Harvard. E ancora, locali a Manila e Singapore, lo scorso anno la nomina dal Coni Food & Sport Ambassador, chiamato come chef a Casa Italia per le Olimpiadi di Rio de Janeiro. Un tourbillon di idee in cucina in continuo movimento.

mercoledì 13 dicembre 2017

Il caso Pantani

Pubblicato su Romagna Gazzette, Dicembre 2017


Raccontava Davide Cassani come ancora oggi il nome di Pantani riservi emozioni e talvolta lacrime al solo nominarlo per la sua vicenda umana e sportiva. Una storia che inquieta e subito fa pensare alla fugacità della vita, al suo strano girotondo di alti e bassi nel giro di così pochi anni. Nel caso del ciclista di Cesenatico, appena sei: dalle vette conquistate a Giro e Tour (1998), agli abissi della solitudine nel 2004. Tante sono le pubblicazioni sul Pirata, dalle strettamente sportive e memorialistiche, alle cronachistiche e giudiziarie, da riempire un intero scaffale di biblioteca, in genere pressoché sgombro alla voce “sport”. 

La babele si aggiunge di un ulteriore volume, “Il caso Pantani. Doveva morire” (Chiarelettere, 2017), scritto dal criminologo Luca Steffenoni. Il libro non dà risposte ma pone interrogativi (tanti) ripercorrendo un percorso di vita contrassegnato da salite, discese e cadute, così come i capitoli del volume. Tutto nasce dalle rivelazioni del criminale Renato Vallanzasca, secondo il quale “mandante” del fermo sportivo precauzionale del campione a Madonna di Campiglio del 1999, fosse la camorra per un giro di scommesse clandestine di circa 200 miliardi di lire. In un Giro d’Italia praticamente in cassaforte, dominato in lungo e in largo da Pantani, la sospensione per un livello di ematocrito (non doping) superiore al consentito sarebbe stata ordita da un complotto in gande stile e a più livelli. Fantascienza? Neanche tanto, visto che la tesi è stata fatta propria dal Tribunale di Forlì tornato su quegli eventi. 

Le incongruenze su quegli esami in effetti furono tante. Tre hanno del clamoroso: la non scelta della provetta, il non prelievo di un ulteriore campione di sangue per le eventuali controanalisi, il livello di ematocrito nella norma sia la sera prima sia dopo il prelievo la mattina a Madonna di Campiglio. Poi c’è la questione degli ultimi giorni. E anche qui l’autore pone più di un dubbio sul suicidio, avvenuto in maniera alquanto insolita nelle modalità, il soffocamento da cocaina via bocca. Tutto ciò porta Steffenoni a sostenere che “Pantani forse doveva morire, perché rappresentava una spina nel fianco non solo di chi aveva commesso l’illecito di Madonna di Campiglio, ma anche per i tanti che con la camorra in quegli anni avevano fatto affari”. Una verità assoluta difficilmente sarà mai accertata, anche per le oggettive difficoltà degli anni trascorsi, restano le gesta del campione che mai nessun tribunale e fatto di cronaca potranno cancellare.